Torre dell’orologio

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La Torre dell’Orologio nelle sue attuali forme è il risultato di un intervento di ristrutturazione effettuato fra il 1824 ed il 1825 dall’ing. Giovanni Memmola. In quegli anni, nonostante la volontà dei “decurioni” cittadini di conservare la struttura più antica, le condizioni di precarietà dell’edificio erano tali da richiedere un intervento radicale, che trasformò in forme neoclassiche l’originale impianto cinquecentesco della struttura. L’edificio, posto a cerniera delle due diramazioni di piazza dei Martiri del 1799, fu realizzato nei primi anni del ‘500 su commissione di Andrea Matteo Acquaviva, Duca d’Atri e Marchese di Acquaviva, con funzioni di palazzo del Sedile con «orologio soprapposto».

Il palazzo del Sedile era il luogo di aggregazione di coloro, di origine nobile o borghese, che coadiuvavano il feudatario nell’amministrazione della città. Nella sua conformazione originale la struttura probabilmente appariva costituita da blocchi sovrapposti, quello superiore, dove era alloggiato l’orologio, aveva una base più piccola rispetto a quello inferiore – la sede del Sedile vera e propria – e doveva poggiare, almeno in parte, sulla volta di quest’ultimo. La campana più grande, presente nel campanile a vela, sulla sommità della torre, è probabilmente la testimonianza conservata più importante della struttura originale, infatti è datata 1559 e riporta lo stemma del duca d’Atri della famiglia Acquaviva d’Aragona. Un documento settecentesco descrive l’interno del Sedile con le pareti impreziosite da affreschi «…che contenevano fra le altre lo stemma, o siano Armi reali con Bandiere, tamburri, lande, e simili». Successivamente tali pitture vengono in parte cancellate e sostituite con «le Armi delle…case Mari ed Oria», nello stesso tempo si provvede al rifacimento dell’ornamentazione esterna affrescando sulla facciata le «armi della Casa Mari e Caracciolo», inserendo «nel mezzo di tali stemmi», una lapide contenente «la iscriz[io]ne per la rifaz[io]ne» del «nuovo orologio» ed il nome del sindaco Pepe. Nel rifacimento ottocentesco il Memmola annota di aver provveduto alla pulizia dell’iscrizione del sindaco Pepe, ma anche delle «tre imprese» – di cui «due sono lo stemma del comune, e l’altra l’impresa Reale» – e della «cornice del Cavallo Pegaseo» che fanno pensare ad un ulteriore intervento sulla facciata operato forse all’inizio dell’Ottocento.

L’edificio si presenta distinto in tre livelli, sovrastati da un campanile a vela e da «due vasi etruschi» con funzione di fastigio. Il primo livello, con il paramento della facciata in bugnato, sembra voler riecheggiare la più antica facciata cinquecentesca del sedile. Sulla facciata del secondo livello, inquadrata da lesene cantonali, si conservano gli stemmi della città ed il profilo dell’iscrizione del Pepe, ormai abrasa, mentre al centro un altro stemma, sormontato da corona in ferro, non è più riconoscibile. In alcune foto dell’inizio del Novecento su questo stemma è visibile la croce sabauda. La facciata del terzo livello, fra due coppie di colonne tuscaniche, ospita la cornice con il quadrante dell’orologio. Sul fregio della trabeazione l’iscrizione: LONGOS SIC VORAT HORA DIES (così l’ora i lunghi giorni divora).

Oggi l’edificio, dopo i restauri dell’arch. G. Fraccascia e dell’ing. A. Bruno, è stato riportato alla tradizionale funzione di elegante fondale della piazza.

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