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Acquaviva delle Fonti è un comune di 21.060 abitanti della provincia di Bari, in Puglia.
La cittadina si trova ad un’altitudine media di 300 metri sul livello del mare e deve il suo nome alla grande falda acquifera che scorre nel suo sottosuolo.

Brevi cenni storici

Le sue origini non sono certe. Alcuni studiosi ritengono che sia sorta intorno al IV-V secolo a.C. nellaanti zona di Salentino (località a pochi chilometri dall’abitato e dominante una grande zona pianeggiante e molto fertile); altri sostengono che i primi insediamenti acquavivesi si potrebbero far risalire al periodo che intercorre fra il VI e VIII secolo d.C. È provato che a Salentino vi fu un insediamento antico perché gli scavi effettuati nel 1976 ne diedero conferma. Infatti furono portati alla luce diverse abitazioni complete di focolari ed a fianco ad esse furono ritrovate le sepolture con scheletri umani. La fertilità delle terre a valle, la ricchezza delle acque sorgive o qualche devastazione furono le cause che spinsero gli abitanti a spostarsi verso l’attuale centro urbano.
L’attuale Acquaviva, infatti, sorge sui resti degli antichi villaggi di Malano, Ventauro, San Pietro, San Marco, Sant’Angelo e Salentino. Acquaviva fin dall’età più remota crebbe rapidamente, rispetto agli altri villaggi, grazie al suo clima e alla presenza delle falde acquifere; è grazie a quest’ultima ricchezza che, dopo molti secoli, al nome Acquaviva è stato aggiunto “delle Fonti”. L’acqua sotterranea, raccolta nelle falde, era sfruttata per scopi agricoli e tirata su dalla Noria, secondo il linguaggio locale la ‘ngegn, che era una macchina attivata da un asino o da un mulo che girava in circolo all’infinito (tutt’oggi questo oggetto è visibile in piazza Vittorio Emanuele II).
Il suo nome comunque risulta tra le sedi episcopali dei primi tempi della Chiesa. Durante il Medioevo fu distrutta dai barbari e gli abitanti superstiti errarono nei dintorni trovando precariamente ricovero in deserti abituri, finché l’imperatore Ludovico II liberò queste contrade dalle scorrerie dei Longobardi e dei Saraceni.
Appartenuta successivamente ai normanni, che edificarono il Castello (oggi Palazzo De Mari), passò agli svevi, agli angioini e agli aragonesi. Passato al principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini Del Balzo, il feudo di Acquaviva fu assegnato in dote nel 1456 a sua figlia Caterina, sposa del duca d’Atri Giulio Antonio Acquaviva, assieme ai feudi di Noci, Turi, Conversano Castellana, Bitonto, Bitetto e Gioia.
Nel 1499 il feudo di Acquaviva apparteneva alla contea di Conversano. Il marchesato di Acquaviva, assieme alla contea di Gioia, passato nel 1597 a Gioia e al di lui figlio Alberto Acquaviva d’Aragona, fu messo in vendita nel 1614 da quest’ultimo per dissesti finanziari.
In tale data in Napoli presso la Regia Camera Sommaria venne affisso il bando d’asta con l’apprezzo stimato dai Regi Tavolari e Acquaviva fu così descritta: “Acquaviva è una terra ricca e populata, 1700 fuochi (8.500 abitanti) di sito bellissimo, presenta comodità di negoziare ogli (oli) stando nel cuore della provincia ricchissima di tale frutto. La vicinanza al mare offre la possibilità di smaltirlo, per Venetia, Ferrara et per altri infiniti luoghi.”

Famiglia De Mari

La vendita di Acquaviva, assieme a Gioia, avvenne nel 1614 per acquisto da parte di uomo d’affari genovese marchese Paride Pinelli. Nel 1623 alla morte di quest’ultimo il feudo di Acquaviva e Gioia fu comprato per 216.000 ducati dal genovese marchese di Assigliano Carlo de Mari. Il nuovo feudatario, con il quale iniziò il dominio della famiglia De Mari che si protrarrà per oltre un secolo e mezzo, fissò la sua dimora nel vecchio castello di Acquaviva delle Fonti trasformandolo in uno splendido palazzo baronale. L’opera di trasformazione di Carlo De Mari e dei suoi successori sul castello è radicale: essi lo trasfigurarono completamente, portandolo ad un assetto molto prossimo a quello attuale, avente lo status di palazzo nobiliare. La dinastia de Mari fu caratterizzata e costellata da dispotismo, usurpazioni e sfruttamento sul popolo di Acquaviva, Gioia e Castellaneta sino all’abolizione della feudalità del 1806.

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